PER UNA FILOSOFIA DELLA PRATICA STENOPEICA IN FOTOGRAFIA

Trovo straordinario che l'immagine, diversamente
dal pensiero, non imponga alcuna opinione alle cose.
…guardando una persona, un oggetto, o il mondo noi
sviluppiamo un rapporto autentico, un'attitudine
sganciata da qualsiasi giudizio, in fondo percepiamo
a livello puro. L'atto del vedere è percezione e verifica
del reale, ovvero un fenomeno che ha a che fare con
la verità, molto più del pensiero, nel quale invece ci
smarriamo più facilmente allontanandoci dal reale.
Per me vedere significa sempre immergersi nel mondo,
pensare, invece, prenderne le distanze. E dato che la
mia mente funziona soprattutto a livello intuitivo,
l'immagine è per me la forma espressiva e ricettiva
per eccellenza. (1)


La semplicità è il modo migliore di avvicinarsi alle cose, di affrontare i problemi, di proporre soluzioni, di comunicare cogli altri; allora, sicuramente, sarà anche la metodologia più appropriata per prelevare immagini dal mondo.
La semplicità in fotografia è garantita dallo stenoscopio: dal piccolo foro, dal buco che sostituisce i complicati obiettivi. Con questa procedura, definita stenopeica, la registrazione della luce sui materiali fotosensibili è diretta, non mediata; quindi, a seconda delle teorie semiotiche a noi più congeniali, possiamo affermare di avere una maggior garanzia che la "traccia" sia portatrice di verità, oppure stabilire che la copia del reale risulti più fotocopia. Meno fotocopia diventerà con il procedimento analogico tradizionale e ancor meno con quello digitale (dove la manipolazione può arrivare a far rima con impudenza!).
Secondo la concezione sofistica non possiamo avere dubbi: se la semplicità (un foro) ci avvicina alla verità, le complicanze, le complessità (lenti) ci allontanano da essa. Sì, è ora di speculare in profondità per dare una veste filosofica ad un inconsistente buco nero che si reifica mediante radiazioni luminose.
Senza indugi passiamo subito ad asserire che lo stenoscopio è la sintesi (s)materializzata del pensiero occidentale ed il pertugio di collegamento con le dottrine orientali.
Scrive Franco Vaccari: "Il fascino di questo tipo di fotografia è che in essa si incontrano il minimo di complicazione strumentale con il massimo di magia dei risultati…questa combinazione è fonte di benessere psicofisico, come si verifica ogni volta che si ottengono buoni risultati con un risparmio di energia…". (2) È il principio della "leva di Archimede": minimo impiego di energia massimi risultati. E' il principio del risparmio energetico ed è la dottrina dell'energia pulita che rendono frizzanti le lucide analisi di Fritjof Capra sulla svolta necessaria nella società contemporanea. La macchina stenopeica, per funzionare, non brucia energia e non produce scarti inquinanti: ci garantisce un approccio puro, arcaico, genuino col mondo.
Artisticamente, poi, le opere di tanti autori testimoniano come al basso tasso di tecnologia dello stenoscopio fa fronte l'alto tasso di concettualità del prodotto finito. La fotografia stenopeica entra a pieno titolo nel vasto filone dell'arte povera, ma ad alto tasso di creatività,

dell'arte dai mezzi minimi ma dai contenuti profondi.
I mezzi - un buco per tutti - democratizzano la produzione e la proprietà delle immagini. In particolare, proprio nella realizzazione dell'immagine, è solo con lo stenoscopio che possiamo parlare di "pari opportunità". Sì, è pur vero che il foro può essere effettuato su un'infinità di materiali più o meno pregiati (vedi la lamina d'oro consigliata da Ansel Adams) con notevoli differenze di costo, ma è pur sempre il foro e non il suddetto materiale che convoglia le radiazioni luminose sulla pellicola…mentre altrettanto non si verifica nell'uso degli obiettivi: se un'ottica è costruita con materiali scadenti è certo che l'icona ne soffrirà.
La nascita della fotografia non ha "democratizzato" il ritratto, la sua diffusione ha solo permesso ad un numero maggiore di persone di poter accedere all'immagine di sé mediante "lo specchio dotato di memoria" (dagherrotipo) prima, il ferrotipo e la "carte de visite" dopo; ma, tenuto conto dei salari in vigore in tutte le varie categorie di lavoratori, per molti individui - nella seconda metà dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento del passato millennio - l'unico ritratto possibile rimase quello che i familiari concedevano loro da defunti.
Ma lasciamo la storia per la filosofia e riflettiamo sul fatto che la democraticità, il principio delle pari opportunità viene garantito da un qualcosa di immateriale, di imponderabile: un foro, leggero quanto un'idea, un principio, appunto!, scevro da ogni tecnicismo. Ed è qui che avviene la svolta e, come vedremo più avanti, l'aggancio con il mondo orientale. Il tecnicismo, invece, è un prodotto occidentale teso alla conquista del mondo esterno; il raggiungimento della felicità e dell'equilibrio interno dipendono dal possesso dei beni materiali, di consumo. Anche la fotografia ufficiale è inquinata da questo meccanismo di dominio ed è diventata un atto predatorio e di manipolazione più che uno strumento di visione. Tale è sempre stato, ad esempio, l'uso della camera obscura:"Proprio ieri, Milord, mentre giravamo attraverso il parco con la camera oscura, lei era, forse, troppo occupato nel cercare qualche pittoresca prospettiva e per questo non ha osservato con attenzione ciò che stava avvenendo." ( 3)
Nella storia della fotografia la consacrazione ideologica dell'atto predatorio si ha con la coniazione bressoniana della teoria del momento decisivo. Alle riprese stenopeiche meglio si addice il metodo di Paul Strand:"Strand non persegue un istante, piuttosto incoraggia un evento a manifestarsi come si può incoraggiare una storia a raccontarsi…lavora con molta lentezza…La sua macchina fotografica non è libera di vagabondare…Il punto in cui decide di collocarla non è dove sta per accadere qualcosa, ma là dove verrà riportato un certo numero di avvenimenti…egli trasforma i suoi soggetti in narratori…In tutti i casi Strand, il fotografo, ha scelto il punto dove collocare la macchina fotografica per farle svolgere un ruolo di ascolto." (4 )
Saper ascoltare gli altri e le cose era il saggio consiglio suggerito da Plutarco, mai così necessario quanto oggi, soprattutto nei dibattiti politici televisivi: "Il silenzio, dunque, è ornamento sicuro per un giovane in ogni circostanza, ma lo è in modo particolare quando, ascoltando un altro, evita di agitarsi o di abbaiare a ogni sua affermazione, e anche se il discorso non gli è troppo gradito, pazienta e attende che chi sta dissertando sia
arrivato alla conclusione; e non appena quello ha finito, si guarda dall'investirlo subito di obiezioni…Chi si mette subito a controbattere finisce per non ascoltare e non essere ascoltato…" (5)
La fotografia stenopeica crea le condizioni (lunghi tempi di esposizione) per un ascolto prolungato del mondo circostante stimolando un nostro lento ma efficace passaggio dal guardare al vedere secondo la concezione huxleyana per la quale l'arte del vedere (la visione) è data dall'insieme sensazione/selezione/percezione. (6)
Ecco allora subentrare l'altro fondamentale requisito da abbinare all'ascolto per meglio percepire e vedere: il tempo. Una serie di aforismi di Peter Handke ci mettono sulla buona strada:"Riflettere sul tempo, percepire lo spazio: conosci un senso di vita più puro?...'Guadagnar tempo' è una bella espressione; però io non guadagno tempo affrettandomi…Ho bisogno ogni volta di tempo finché il movimento delle foglie nel vento e il loro rumore significano ciò che essi sono, e significano a me ciò che sono io. Il diritto dell'uomo numero uno è dunque per me: ho bisogno di tempo….Io devo (posso) dare significato al mondo con la lentezza." (7)
È con altri termini la raccomandazione heideggeriana della liberazione dall'assillo del tempo: "Perdere tempo e, per farlo, procurarsi un orologio!" (8)
La paura di perdere tempo e l'ansia di guadagnare tempo sono tipiche situazioni esistenziali del mondo occidentale dove produzione e consumo sono supervelocizzati e quindi anche le immagini sono consumate ad un ritmo vertiginoso. Tutto il mondo è attraversato ad alta velocità. Scriveva anni or sono Wim Wenders:"I segni nel paesaggio diventano sempre meno visibili. Prima queste regioni immense venivano attraversate in automobile, poi arrivarono i treni, dai quali si guardava al paesaggio con ben altra velocità, in seguito gli aerei, e da quel momento, non si poterono distinguere più…camminando a piedi si vede in maniera diversa che attraversando una regione in auto, per poi fotografare dal finestrino, come fanno quasi tutti del resto, senza neppure fermarsi; o dal prendere un aereo e arrivare a un'ora precisa in un luogo preciso, ma senza in realtà aver fatto un viaggio, perché si arriva e basta. Ovviamente, diventa sempre peggio. La gente ormai arriva soltanto, ma in fin dei conti non si è mai mossa. Scatta fotografie per convincersi a posteriori di essersi trovata in un dato luogo." ( 9) Recentemente Marc Augé ha ribadito il concetto: "Sono i testi disseminati sul percorso ad enunciare il paesaggio e a spiegarne le segrete bellezze. Non si attraversano più le città, ma i punti importanti sono segnalati dai cartelloni che recano scritti veri e propri commenti. Il viaggiatore è in qualche modo dispensato dal fermarsi e anche dal guardare."(10) Lo studioso francese Augé, antropologo dei modi contemporanei, ci ha donato profonde riflessioni sul viaggio moderno, sulla forma più diffusa, omologata della conoscenza odierna dei luoghi: "…la pratica attuale del turismo ha più a che fare con la comunicazione che con il viaggio. Il turismo culturale accresce il sapere, il turismo sportivo mette in forma, ma senza che ad essi sia mai associata l'idea di una trasformazione essenziale dell'essere. L'ideale della comunicazione è l'istantaneità, mentre il viaggiatore se la prende comoda, coniuga i tempi, spera, si ricorda…il turista consuma la propria vita, il viaggiatore la scrive." (11)
La fotografia stenoscopica facilita l'osservazione perché il tempo stenopeico è necessariamente prolungato: l'attenzione verso gli altri e verso i luoghi non può essere mai frettolosa, non può stare tutta in un clic predatorio. Allora il guardare si trasforma in vedere e l'atto dell'osservare diventa riflessione. Le emozioni si fanno più intense, dense come tutte le emulsioni sottoposte a sovraesposizione o sovrasviluppo:"Qui non c'è abbastanza luce - ha detto -, andiamo fuori. Siamo usciti e ci siamo diretti verso i pruni, dove c'è un tavolo in mezzo all'erba. Lì lei ha guardato il cielo ancora coperto di nubi. Due o tre minuti, ha calcolato a voce alta, poi con cura ha piazzato la scatola sul bordo del tavolo. Al centro di uno dei lati lunghi c'era un cerotto bianco e rettangolare, di quelli che si mettono su una piccola vescica o una scottatura. Il cerotto era incorniciato da nastro adesivo nero. Con le sue dita caute ha tolto il cerotto bianco in modo da scoprire un'apertura, un foro. Poi mi ha preso per mano. Siamo rimasti lì in piedi davanti alla macchina fotografica. Naturalmente ci siamo mossi, ma non più di quanto facessero i pruni al vento. I minuti passavano. Mentre stavamo lì fermi, riflettevamo la luce, e ciò che riflettevamo entrava nella scatola scura attraverso il buco nero. - Sarà la nostra fotografia - ha detto -, e siamo rimasti ad aspettare fiduciosi." (12)
La via della lentezza ci guida verso l'interno, ci rivela una visione più introspettiva, mistica, ascetica, più imponderabile (visione orientale), meno prevedibile, tecnologicamente inconscia, di cosciente incertezza e di attesa.
Ma anche nelle idee del mondo antico occidentale possiamo già individuare due posizioni teoretiche divergenti che fanno al nostro caso: la dottrina platonica e quella socratica.
Dal mito platonico della caverna, dal riconoscimento del mondo mediante il confronto con gli archetipi - il campionario dei modelli - che preesistono nella nostra memoria, sono nati i meccanismi di esposizione delle macchine fotografiche automatiche, fino ai sofisticatissimi dispositivi di controllo di qualsiasi apparecchiatura moderna digitale.
Il pensiero platonico ci spinge verso il tecnicismo, il dominio del mondo esterno, l'arroganza intellettuale…il digitale. Il digitale: il massimo della globalizzazione e del consumismo standardizzato!
Il messaggio socratico, riportato alla ribalta dal filosofo austriaco Karl Popper come esempio di ideologia democratica da seguire per le attuali e future generazioni, ci sospinge verso una riflessione o ricerca interiore, sul possibilismo del diverso e delle scelte alternative.
Lo stenoscopio simboleggia allora il massimo della trasgressione alle regole precostituite, dell'anticonformismo artistico e sociale.
Giovedì, 24 giugno 2004, disteso su una sdraio di fronte a delle pigre onde, stordito dal calore del sole, osservo le pagine di Repubblica sollevate dalla brezza di mezza mattina: Esce in libreria:"…E vinse la tartaruga", un manuale che insegna a vincere lo stress "scalando marcia" ma senza rischiare l'emarginazione...Rallentare, l'arte che ti cambia la vita…Tenete sempre sotto monitoraggio la vostra velocità…Fate in modo che vi sia uno spazio nella vostra giornata in cui potete spegnere tutte le tecnologie…Trovate il tempo per almeno uno di questi hobby che vi possa far rallentare: pittura, giardinaggio o yoga…". E un comune fotoamatore, che ha a disposizione per il suo "hobby della vita" solo i minuti rubati alla famiglia e alle ferie, che ama la fotografia al punto che senza di essa non
ha più senso vivere (come il superstressato o iperangosciato Antonino Paraggi, il protagonista del racconto di Calvino "L'avventura di un fotografo") deve dedicarsi per forza al giardinaggio? No e poi no!, ci soccorre la pratica stenopeica: l'arte dei tempi lunghi in fotografia! I tempi lunghi ottenuti non con l'ausilio della posa B o T (derivati tecnologici), ma con la naturale strettoia dell'orifizio stenopeico. La sua naturale lentezza sarà il più efficace antidoto all'ansia dell'ipertecnologico, alla droga del tempo veloce e della superattività, all'angoscia esistenziale per la mancanza di tempo. "Festina lente" - affrettati lentamente - sostenevano gli antichi: ne trarranno vantaggio la creatività, la fantasia, la spontaneità e la meditazione sull'umana esistenza.
(pubblicato su FOTOgraphia Anno – XI - n. 102 – giugno 2004)
Vincenzo Marzocchini

NOTE BIBLIOGRAFICHE
(1) Wim Wenders, L'ATTO DI VEDERE / The Act of Seing, Ed. Ubulibri 1992
(2) Franco Vaccari, "Slow Photo", in LA FOTOGRAFIA STENOPEICA Storia Tecnica Estetica delle riprese
stenoscopiche, di Vincenzo Marzocchini, Ed. Agora35 2004
(3) Johann Wolfang Goethe, LE AFFINITÀ ELETTIVE, Ed. La Biblioteca di Repubblica 2004
(4) John Berger, SUL GUARDARE, Ed. Bruno Mondadori 2003
(5) Plutarco, L'ARTE DI ASCOLTARE, Ed. Arnoldo Mondadori 1995
(6) Aldous Huxley, L'ARTE DEL VEDERE, Ed. Adelphi 2000
(7) Peter Handke, ALLA FINESTRA SULLA RUPE, DI MATTINA, Ed. Garzanti 2003
(8) Martin Heidegger, ILCONCETTO DI TEMPO, Ed. Adelphi 2000
(9) Wim Wenders, L'ATTO DI VEDERE, op. cit.
(10) Marc Augé, NONLUOGHI, Ed. Eléuthera 2002
(11)Marc Augé, ROVINE E MACERIE / Il Senso del tempo, Ed. Bollati Boringhieri 2004
(12) John Berger, FOTOCOPIE, Ed. Bollati Boringhieri 2004